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INTERVISTE

28 January 2016

AESVI intervista Pier Luca Lanzi, Professore Ordinario del Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano, in occasione della Global Game Jam 2016



 
In occasione della Global Game Jam 2016, la più grande maratona dedicata allo sviluppo di videogiochi nel mondo, in programma anche in sette città italiane da domani fino domenica 31 gennaio, AESVI ha intervistato Pier Luca Lanzi. Pier Luca è Professore Ordinario del Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano e organizzatore della Global Game Jam a Milano, che che in pochissimo tempo è diventata una delle sedi con il maggior numero di partecipanti al mondo, fra le prime dieci sia nel 2014 che nel 2015.

Pier Luca, prima di tutto grazie per aver accettato di essere intervistato! Puoi raccontarci di te e del tuo lavoro?

Mi sono laureato nel 1994 in Scienza dell’Informazione all’Università degli Studi di Udine. Nel 1999 ho ricevuto il dottorato in ingegneria al Politecnico di Milano, dove attualmente insegno i corsi di “Videogame Design and Programming”, dal 2010, e “Data Mining and Text Mining”, dal 2004. Fin da quando ero un adolescente sono stato appassionato di videogiochi e intelligenza artificiale. Lavorare al Politecnico di Milano, facendo ricerca nell’ambito dell’intelligenza artificiale e dell’apprendimento automatico applicati ai videogiochi, è qualcosa che da ragazzo non avrei neanche potuto osare sognare. Ma si è avverato! Attualmente studio l’uso di tecniche di apprendimento automatico per la generazione procedurale del contenuto nei videogiochi e per il “data-driven game design”. Studio anche l’uso dei videogiochi per la riabilitazione.

Ormai è da molto tempo che sei attivo. Da dove nasce il tuo interesse per i videogiochi?


L’interesse personale è nato da bambino, quando giocai il primo videogioco. Che era un cabinet arcade, il gioco si chiamava Destroyer. Da allora non ho mai smesso di giocare, neanche durante il dottorato di ricerca. Ricordo di aver passato molto tempo con Revolt, Warcraft, Red Alert, Tomb Raider, Grand Theft Auto, Starcraft, Fifa, Diablo e Jagged Alliance. Il mio interesse professionale è iniziato nel 2007, quando Daniele Loiacono, che all’epoca aveva appena finito il dottorato sotto la mia supervisione, suggerì che avremmo potuto usare i videogiochi per studiare gli algoritmi di apprendimento automatico che avevamo sviluppato durante la sua tesi. Iniziammo con piccoli esperimenti, usando algoritmi genetici per addestrare reti neurali che controllavano macchine in semplici giochi di corsa. Molti studenti appassionati di videogiochi ci contattarono per fare la tesi con noi, ma nessuno aveva basi di design e sviluppo di videogiochi. Così, nel 2010, proposi al preside della Facoltà di Ingegneria Informatica di aggiungere al piano di studi un corso sullo sviluppo di videogiochi. Il preside accettò, dimostrando secondo me una grande lungimiranza, e da allora non ci siamo più fermati. Nello stesso periodo Laura Ripamonti e Dario Maggiorini dell’Università degli Studi di Milano, che stavano iniziando un corso di videogiochi per la magistrale di scienze dell’informazione, mi contattarono. Decidemmo di coordinare i due corsi, permettendo agli studenti delle due università di frequentarli entrambi. È stata un’ottima strategia, che ha fatto nascere una bellissima collaborazione.

Quale è il futuro che vedi per questo settore nell’Università italiana?

L’industria videoludica sta finalmente ricevendo l’attenzione che merita. I videogiochi non sono più considerati un semplice passatempo, ma sofisticati prodotti tecnologici ed elementi di un mercato in forte espansione, che muove cifre immense. Questo ha favorito l’ingresso dei videogiochi e delle app in numerosi corsi di laurea. Personalmente, come docente di informatica, credo che i videogiochi rappresentino un’opportunità didattica unica. Sono un prodotto attraente, che motiva gli studenti a lavorare al meglio (nessuno infatti vuole creare un videogioco brutto), e allo stesso tempo molto complesso da realizzare, che richiede avanzate tecniche algoritmiche, conoscenze di hardware, rete e computer grafica. Inoltre coinvolge figure professionali molto differenti (artisti, grafici, musicisti e tanti altri) obbligando gli studenti a lavorare in squadra, superando le differenze culturali e di veduta.

Da tre anni promuovi la Global Game Jam presso il Politecnico di Milano, che in pochissimo tempo è diventata una delle sedi con il maggior numero di partecipanti al mondo, fra le prime dieci sia nel 2014 che nel 2015. Puoi spiegarci di che cosa si tratta e perché è un’iniziativa che riscuote tutto questo successo?

La Global Game Jam è la più grande maratona dedicata allo sviluppo di videogiochi. Nel mondo coinvolge centinaia di sedi (518 nel 2015, più di 600 nel 2016), decine di paesi (78 nel 2015) e decine di migliaia di appassionati e professionisti (circa 28.000 nel 2015) fra artisti, musicisti, grafici, programmatori, sceneggiatori e molti altri. È davvero un’esperienza unica, un weekend intenso ed emozionante tanto per i partecipanti quanto per gli organizzatori! Un evento in cui si respira passione e amore per i videogiochi. Alla presentazione dei videogiochi sviluppati la domenica pomeriggio, l’atmosfera è euforica e triste allo stesso tempo. Come docente, vedere gli studenti lavorare così tanto per qualcosa che li appassiona mi riempie di gioia ed energia.

Oltre a essere un’esperienza unica per chi vi partecipa, la Global Game Jam è anche una fucina di nuovi giochi e di nuovi team di sviluppo. C’è qualche storia che ti ha colpito particolarmente in questi anni?

Ce ne sono tante. Ci sono i ragazzi di Volphant (Michele Bertoni, Devis Rossini, Andrea Rossini e Damiano Ciciriello) che hanno partecipato a entrambe le Jam, creando due giochi con meccaniche davvero interessanti, e adesso stanno portando avanti il gioco sviluppato durante la Jam del 2015. Ci sono i ragazzi di The Way of Life, che dopo la Jam del 2014 hanno distribuito un prototipo gratuito su Steam, raggiungendo in breve mezzo milione di download, e che adesso stanno portando avanti il progetto trasformandolo in un prodotto commerciale. C’è Giulia Olivares che quando arrivò alla Jam del 2014 si sentì spaesata e fu sul punto di andarsene, quando fu intercettata da un gruppo che cercava un grafico. Alla fine quel gruppo vinse il premio come miglior gioco. Giulia ha appena pubblicato una deliziosa app, Lola Slug alla Mostra, per aiutare nella lettura i bambini dislessici.

E per finire con un po’ di divertimento… quale è il tuo videogioco preferito e perché?

Sono tantissimi, davvero troppi per eleggerne uno in particolare. I primi videogiochi hanno lasciato un segno indelebile. Amok, il primo gioco che ho comprato, una cassetta per il Vic-20. Ovviamente Pac-Man e Donkey Kong, Crazy Climber, Missile Commander, Centipede, Asteroid, Scramble, Vanguard, Dig Dug e Moon Patrol, il primo con una sorta di in-app purchase che ti permetteva, pagando, di continuare da dove avevi lasciato la partita. Su PC, naturalmente Karateka, Prince of Persia, Lode Runner, Lemmings, Aztec, Swashbuckler, Choplifter, tutta la serie di Wing Commander, tutte le avventure di Lucas Arts, anche se Monkey Island, Il Giorno del Tentacolo e Indiana Jones hanno un posto speciale. Come ho detto, davvero tanti!

Grazie Pier Luca per aver condiviso con noi le tue esperienze. E, naturalmente, buon lavoro con la Global Game Jam 2016!